Una strategia per organizzare il lavoro nei gruppi – il Jigsaw [A strategy to support group-work – the Jigsaw / in Italian]

Autori: M. Beatrice Ligorio, Nadia Sansone

Affiliazione: Università La Sapienza di Roma [University of Rome Sapienza, Italy]

Data di pubblicazione: 31.03.2016

Il problema pedagogico

Le attività trialogiche sono fondamentalmente basate sul lavoro di gruppo finalizzato alla creazione di conoscenza e oggetti concreti. Organizzare il lavoro nei gruppi e far sì che ciascuno contribuisca, si prenda carico della sua parte e si senta responsabile del gruppo, non è facile. E’ anzitutto necessario prevedere una strutturazione del compito che permetta di dividerlo in più parti connesse tra di loro in modo interdipendente e facendo sì che il livello di agency e creatività individuale siano valorizzati allo stesso modo del lavoro di gruppo.

La soluzione

Nella formulazione originaria proposta da Aronson (1978), il Jigsaw è una tecnica di formazione e gestione di gruppi che si ispira all’idea del puzzle: i gruppi si formano, lavorano separatamente, poi si scompongono e si riformano, seguendo una procedura a diversi step che permette, nello stadio finale, di far incastrare le competenze acquisite da ciascun membro nelle fasi di lavoro precedenti. Classicamente il Jigsaw segue queste fasi:

  1. Brainstorming. L’obiettivo è far emergere interessi e curiosità sull’argomento proposto dal docente. In aula si possono utilizzare post-it da distribuire ai partecipanti chiedendo loro di scrivere le proprie idee e, in caso si voglia ricorrere all’anonimato, basterà chiedere loro di non firmarli.
  2. Formazione dei nuclei concettuali. Questa fase implica una discussione collettiva intorno ai temi emersi, allo scopo di individuare i principali nuclei tematici. Nel caso si siano utilizzati dei post-it, questi possono essere facilmente raggruppati, dopo averli disposti su di una parete o una lavagna. In ogni caso, consigliamo al docente di avere già in mente il numero di gruppi che si vogliono formare e di puntare a determinare una quantità di nuclei tematici corrispondente al numero di gruppi. In questo modo, al termine di questa fase si potrà procedere ad assegnare un tema a ciascun gruppo. Per esempio, se in un contesto di insegnamento della storia il tema di studio fosse “gli antichi egizi” e i gruppi che si possono formare fossero tre, le idee emerse dai partecipanti dovrebbero essere raggruppate in tre nuclei; ad es. usi e costumi, l’economia, le ragioni della decadenza dell’impero egizio. Così facendo, si potrà assegnare uno dei nuclei tematici individuati a ciascuno dei tre gruppi;
  3. Gruppi esperti. Dopo aver deciso quali e quanti nuclei tematici dovranno essere affrontati durante il corso, si passa alla formazione dei cosiddetti gruppi esperti. In questa fase si può lasciare che ciascun partecipante scelga il tema su cui lavorare e, di conseguenza, il gruppo a cui partecipare, come modo per potenziare motivazione e interesse. I componenti dei gruppi così formati dovranno diventare esperti dell’argomento loro assegnato allo scopo di spiegarlo, in seguito, a nuovo gruppo che si formerà appena conclusi i lavori dei gruppi esperti. Si tratta, quindi, di gruppi temporanei, che lavorano in funzione della fase successiva, durante la quale dovranno offrire il loro contributo in qualità di esperti. Come prodotto del gruppo esperti si potranno far elaborare testi o schemi riassuntivi o critici. Inoltre, in virtù dell’acquisita conoscenza esperta, questi gruppi possono anche elaborare delle prove di valutazione, che possono essere in formato di test, questionari, giochi, etc., da sottoporre al resto della classe per verificare la conoscenza di quello specifico nucleo tematico.
  4. Gruppi “Jigsaw” o di apprendimento. In questa fase i gruppi esperti vengono sciolti e si formano nuovi gruppi, composti da almeno un membro proveniente da ciascuno dei gruppi precedenti. Nel caso dell’esempio prima riportato, ora i nuovi gruppi saranno composti da un esperto di usi e costumi, uno di economia e uno delle ragioni della decadenza dell’impero egizio.  Qui si ri-compone, appunto, il puzzle dell’intero contenuto didattico - “gli antichi egizi” -, inizialmente scomposto in nuclei tematici. Ogni partecipante dovrà contribuire apportando il “pezzo” sui cui ha lavorato nel proprio gruppo esperti. Questa volta, come prodotto di gruppo è consigliabile chiedere di realizzare una mappa concettuale che contenga i collegamenti tra i contenuti analizzati, oppure un prodotto multimediale – blog, video, presentazione interattiva - o uno strumento più tecnico, di natura professionale, a seconda della natura del corso e degli obiettivi didattici, per esempio una griglia di osservazione oppure un questionario.
  5. Confronto tra prodotti. Questa fase può essere aggiunta per favorire un lavoro collegiale in cui si confrontano i prodotti dei gruppi allo scopo di analizzarne differenze e similitudini ed, eventualmente, elaborare un prodotto unico finale in cui i vari elaborati di gruppo siano sintetizzati e ulteriormente ridefiniti.

Il contesto

Questa tecnica è stata ampiamente utilizzata nei corsi di Psicologia dell’e-Learning dell’Università di Bari, con opportuni adattamenti (Ligorio & Sansone, 2016). Può essere facilmente introdotta all’interno di insegnamenti propri delle Scuole Secondarie di Secondo Grado, scegliendo le modalità più adatte attraverso cui realizzare i diversi step (in aula e-o online), i prodotti individuali e di gruppo, il confronto e il collegamento tra gruppi.

Attraverso questa tecnica, si valorizza il lavoro individuale in funzione del lavoro di gruppo, si responsabilizzano i vari partecipanti, si promuove la creazione di oggetti che supportano il processo di costruzione di conoscenza. In particolare, per la formazione dei gruppi, al di là degli aspetti formali e contenutistici, bisogna anche tener conto che la coesione all’interno del gruppo può avvenire in modo spontaneo tra persone che già si conoscono e che sono affiatate, ma quando si tratta di gruppi formati ad hoc occorre sostenerla introducendo qualche meccanismo specifico. Ad esempio, invitare i gruppi a darsi un nome si è dimostrato un passaggio efficace. Nel proporre possibili nomi per il gruppo, ciascun partecipante esprime qualcosa di sé e allo stesso tempo s’interessa agli altri membri nel tentativo di conoscersi meglio, cercare elementi in comune e rendere espliciti gli obiettivi condivisi.

Materiali e link

  • Ligorio, M.B., & Sansone, N. (2016). Manuale di didattica blended: il modello della “Partecipazione Collaborativa e Costruttiva” (PCC). Milano: FrancoAngeli

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